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L’ANTICA PASQUA GOLOSA DEL CILENTO.

TERRA ANTICHISSIMA ammantata di mistero. Terra fertile e ubertosa, terra che persino l’Unesco ha salvaguardato, nel suo Parco nazionale, come bene importante per l’umanità. Terra che si veste e interpreta le tradizioni con quel pizzico di magica creatività che fa sì che le laganae latine  si trasformino  in pasta lavorata ancora oggi da mani artigiane e concepita in  diverse grandezze e per diverse salse e sughi di accompagnamento, in formati anche giganti per fantasmagoriche, luculliane mangiate. E cosparsa di quella magica alchimia che è la mozzarella  di bufala, quella che inonda anche la pizza verace con quel cordone-balcone steso attorno a contenere tutto l’ inverosimile della creatività, del capriccio, delle stagioni. A contenere il  mondo.  Come anche la pizza chiena, una torta farcita del grasso post quaresimale di formaggio, uova,  salame per far festa tutti insieme il giorno di Pasqua e a Pasquetta nel picnic fuori porta, magari accompagnata anche dalla profumata lasagna cilentana e da una golosa e famosa torta dolce, la pastiera. Così anche a Pasqua il Cilento stupisce e ci ricorda la sua storia antica: quella di una pastiera di riso certamente più antica di quella con il grano cotto.

 

PASTIERA, rito di primavera.  In origine farcita di pasta, questo scrigno goloso di  dolcezza. Pasta avanzata, pasta lessata di maccaroni, (spaghetti  li chiameremo più tardi) o di capellini, più difficilmente riutilizzabili. Che  meglio allora racchiuderli un una forma di pasta frolla e unire uova a legare e zucchero o miele per quel gusto salato-dolce tipico del periodo medievale. Pastiera, chè di pasta era riempita. E di riso, magari avanzato, per quei “giorni di magro” legati a un “biancomangiare”(in genere a base di riso cotto nel latte e spesso  speziato) tipico dei conventi  e assolutamente senza uova chè  avrebbero interrotto l’astinenza e il digiuno e nello stesso tempo creare una preparazione  più delicata, quasi medicale  prima che arrivasse, più tardi, l’opulenza dei canditi, la ricchezza del formaggio fresco e dell’uovo, a regalare sontuosità alle mense aristocratiche. E anche quel grano, messaggio cristiano che rappresentava nella spiga originale la abbondanza delle messi da dedicare a Dio. E a santificare la Pasqua.

 

Ma ancor prima laica, goduriosa pastiera. Una forma di intelligente riciclo, una serendipità mista alla creatività del popolo campano.

 

marilena badolato

 

 

 

 

AUTHOR - Marilena Badolato