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IL 2 NOVEMBRE CON GLI AMICI A CASA BATTA: FAVE E OLIO NUOVO.

LE FAVE, quella umile ma indispensabile riserva proteica della storia dei poveri, cibo di carestie e calamità. Il pane, ad esempio, era spesso realizzato ricorrendo all’impiego di miscele composte da farine di fave o altre leguminose. Oggi esse sono diventate l’emblema della convivialità nella ricorrenza del giorno dei morti, per dividere insieme un antico cibo di comunanza e un rituale che può idealmente unire i vivi con i propri cari trapassati. Infatti anticamente, secondo una credenza pagana, le fave contenevano nel baccello le anime dei morti e le lunghe radici della pianta servivano a collegare il mondo dei vivi con quello dei defunti e i fiori stessi della pianta, dal doppio colore bianco-nero, sembravano suggellare questo sentimento. Del resto le fave erano già note nel 3000 a.C. e furono largamente consumate per millenni nell’area mediterranea, diventando quindi da secoli un alimento basilare della sana cucina mediterranea.

 

E CON l’olio nuovo e con il vino novello, rigorosamente rosso, non possono mancare le fave secche preparate da Giuliana Batta nella consueta conviviale del 2 novembre, tra amici qui a casa Batta. Lessate intere e irrorate d’olio extravergine, con sottilissime fette tostate di pane casereccio o a purea servite sopra alla classica bruschetta e con una spruzzata di olio evo al peperoncino, diventano preparazioni assolutamente complete dal punto di vista nutrizionale. E ancora, per golosi crapuloni, in tavola broccoli e cicoria sbollentata e passata in padella e spinaci dell’orto Batta ad accompagnare salsicce e pancetta di maiale, come vuole la tradizione, direttamente dal braciere alla tavola, ancora fumanti.

 

MA non potevano mancare in questa giornata i dolci: il nostro beneamato “torcolo” (ciambella per i non-umbri) ad accompagnare due splendide creme spalmabili: nocciolì e pistacchiella, ovviamente nocciole e pistacchi all’extravergine, bontà dell’azienda Decimi, altra importante realtà olearia umbra. E i tipici dolcetti nostri del periodo: le fave dei morti- mandorle tritate, zucchero e albume d’uovo- di cui Giuliana conserva gelosamente la ricetta della famosa pasticceria perugina Sandri.

 

DEL resto in tutte le regioni italiane troviamo biscotti o ricoperti di cioccolato, o cosparsi di zucchero a velo, morbidi, croccanti…tutti accomunati dall’ inquietante caratteristica di un appellativo lugubre: dall’osso del morto agli stinchi dei morti, dalle fave o favette dei morti al dito d’apostolo, dai meini dei morti alle anime dei morti dal “o morticiello” napoletano fino alla…piada dei morti, ovviamente dalla Romagna.

 

 

 

marilena badolato

AUTHOR - Marilena Badolato