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IL GIRO IN UMBRIA: A PERUGIA IL 19 MAGGIO. SI RINNOVA IL MITO DELLA BICICLETTA.

IL GIRO D’ITALIA IN UMBRIA. OGGI lunedì 17 l’arrivo a Foligno al termine dei 140 km della decima tappa in partenza da L’Aquila, dopo aver toccato i comuni di Terni (Piediluco), Arrone, Montefranco, Spoleto, Campello sul Clitunno e Trevi. Dopo la giornata di riposo, il 19 la carovana sarà a Perugia e da qui ripartirà verso Montalcino. Una passione lunga cento anni esatti da quel 29 maggio 1921 con la tappa Bologna-Perugia, il primo arrivo del Giro in Umbria. E le vetrine dei negozi dell’Acropoli salutano il Giro esponendo cimeli storici di maglie e biciclette. E il 18 e il 19, alle ore 21, la Fontana Maggiore, la Torre degli Sciri, l’Orologio di Palazzo dei Priori, il Grifo e il Leone nell’Atrio del Palazzo, le fontane di piazza Italia e di piazza Vittorio Veneto a Fontivegge saranno illuminate in rosa. E ancora mercoledì 19 maggio dalle 10.00 alle 13.00 in Piazza IV Novembre Sbandati per il Giro: 36 musicisti coordinati dal Presidente della Filarmonica di Castel del Piano Gianni Paolini Paoletti suoneranno per le vie del Centro Storico. Partecipano le Filarmoniche di Castel del Piano, Mugnano, Pila, Pretola, Villa Pitignano, Ponte San Giovanni, San Sisto. E dalle 12.00 alle 13.30 presso lo Stadio Santa Giuliana  La storia in rosa rappresentativa in abiti d’epoca dei 5 Rioni di Perugia 1416. Esibizione degli sbandieratori di Gubbio. Rappresentativa di ciclisti in biciclette d’epoca a cura dell’Associazione Francesco nei Sentieri ASD.

 

 

MERCOLEDI’ 19 partenza alle ore 12.55 da Piazza IV Novembre, proseguendo per via Baglioni, via Cacciatori delle Alpi (a scendere), via XX Settembre, via Cortonese, Strada Trasimeno Ovest, e da Ellera si proseguirà per Magione, Panicale, Castiglione del Lago, Città della Pieve e poi, lasciata l'Umbria, sino all'arrivo a Montalcino.

 

 

IL MITO DELLA BICICLETTA, fin dalla sua invenzione nel 1885, ha occupato un posto importante nell’immaginario collettivo in opere di romanzieri, poeti pittori, scrittori, antropologi. Nel 1948 era uscito nelle sale "Ladri di biciclette" di Vittorio de Sica e l’anno successivo Fausto Coppi trionferà in sella alla sua Bianchi nel Giro d'Italia e Tour de France. Nel clima di speranza dell'immediato dopo guerra si impone il mito della bicicletta, simbolo del riscatto di un paese che con abnegazione e pedalando ce l’avrebbe comunque fatta. Un mito che oggi si riveste di passione ecologista: la bicicletta non produce inquinamento, né rumore e riconduce l'esistenza nelle nostre città a tempi e ritmi più sostenibili. Addirittura Marc Augè, sociologo francese, fonda sulle due ruote la nascita di un “nuovo umanesimo dei ciclisti”. Mentre lo scrittore e studioso Stefano Pivato parla della “felicità in bicicletta”, quella strana sensazione del vento in faccia, di allegria, contentezza, libertà che si scopre sin da bambini in quel triciclo che ci insegnava a pedalare senza toccare terra e che non ci lascerà più. Thomas Bernhard scriverà: “Il ciclista incontra il mondo dall’alto. Corre a folle velocità senza toccare terra con i piedi”. E Curzio Malaparte, un appassionato di bici, passione eredita dal padre Erwin Suckert, dirà “Senza dubbio la bicicletta nasconde qualche arcano significato. Che cosa c'è, infatti, di piú machiavellico? Ci chiediamo come possa stare in piedi ed ecco che lei prende il volo, in equilibrio su un invisibile filo d'acciaio, come un acrobata sulla fune. In silenzio trafigge lo spazio, in silenzio penetra nel tempo.”  E il siparietto tra lui e Bartali che si trova fra le pagine del libro del 1949. “Les deux visages de l’Italie” scritto in francese e poi tradotto anche in italiano: “Non trovi che la tua bicicletta somigli ad una bella ragazza? Non ti sembra una bella fiorentina?” chiese lo scrittore al corridore. E il campione: “Troppo magra per i miei gusti”. E ancora come non ricordare la canzoncina delle nostre mamme: “Ma dove vai bellezza in bicicletta”, quasi un rapporto speciale tra le due rute e le fantasticherie amorose del tempo.

 

 

LA BICICLETTA E FELLINI. Senza contare quella seduttiva seduta femminile sul sellino, immortalata in primis da Fellini. Ecco un brano dove il celebre regista, coi suoi ricordi di ragazzo, offre un racconto molto coinvolgente sulla benedizione degli animali a Rimini nel giorno di Sant’Antonio Abate, di quando le ‘baffone’ dopo aver portato gli animali per farli benedire dai frati, si allontanavano per tornare a casa (“si chiamavano baffone per la peluria dorata o bruna che visibilmente ricopriva il labbro e il polpaccione sodo, guizzante”): “Era questo il grande momento! I musi appuntiti delle selle infilandosi rapidi come sorci tra e sottane scivolose di satin nero lucente, scolpivano, gonfiavano, facevano scoppiare, in uno scintillio di riflessi abbaglianti, i più bei sederoni di tutta la Romagna. Non si faceva in tempo a goderseli tutti; molti esplodevano contemporaneamente, a destra a sinistra davanti di dietro, non potevamo girare come trottole: un minimo di contegno dovevamo pur conservarlo, e questo ci costava molte perdite. Fortunatamente, alcune ‘baffone’ già sedute sul sellino restavano ancora un po’ a chiacchierare tra loro, un piede a terra e l’altro sul pedale, inarcavano la schiena, dondolandosi con movimenti vasti e lenti come le onde del mare al largo; poi, il polpaccio dorato si gonfiava nella prima faticosa pedalata, le ‘baffone’ se ne andavano salutandosi a gran voce, qualcuna già cantava, tornavano in campagna. (Tratto da “La mia Rimini”, Federico Fellini, a cura di Renzo Renzi, Cappelli, Bologna, 1967).

 

 

marilena badolato

 

AUTHOR - Marilena Badolato

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